Le elezioni del 9 aprile in Israele cominciano a essere interessanti

All’inizio le elezioni israeliane — convocate in breve anticipo rispetto alla scadenza naturale — sembravano avere un esito scontato: la vittoria dei partiti di destra e la formazione di una maggioranza parlamentare che avrebbe riconsegnato al premier uscente Benjamin Netanyahu la guida del paese, garantendogli l’orizzonte di altri cinque anni di governo e una posizione di forza da cui affrontare i tre processi per corruzione che lo aspettano. Durante la settimana che si è appena conclusa però ci sono stati sviluppi che rendono l’appuntamento del 9 aprile molto più interessante.

Dopo due settimane di un intenso lavorio politico che ha portato addirittura al rinvio del viaggio a Mosca per incontrare Vladimir Putin. Netanyahu ha convinto il partito HaBayit HaYehudi (la casa degli ebrei) a presentarsi in lista insieme al partito Otzma Yehudit (potere ebraico). HaBayit HaYehudi è il partito più a destra del parlamento uscente, ma la partnership con Otzma Yehudit abbatte un’altra barriera verso una deriva ancora più estrema. Il leader del Likud — il partito più longevo e importante di Israele — ha legittimato il partito più razzista, violento e antidemocratico che abbia mai calcato la scena politica israeliana.

Otzma Yehudit fu formato dai seguaci del rabbino Meir Kahane, ex leader del partito Kach, bandito dalle elezioni del 1988 e classificato da Israele come organizzazione terroristica nel 1994. Il Kach è considerato un’organizzazione terroristica anche da Stati Uniti, Canada e Unione Europea. In passato i membri del Likud attaccarono le proposte di Kahane dicendo che erano paragonabili alle leggi introdotte dai nazisti prima dell’Olocausto. Kahane fu assassinato a New York nel 1990 ma i kahananisti esistono ancora e hanno collegamenti diretti con Otzma Yehudit.

Il programma degli eredi di Kahane prevede l’annessione totale di Gerusalemme e Cisgiordania (Giudea e Samaria) e la creazione di un grande Israele dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, con l’espulsione e il ricollocamento nei paesi arabi di tutti i palestinesi presenti nel grande stato ebraico. Segue una visione della società intollerante, misogina, omofoba e razzista, segnata dall’integralismo religioso.

Vediamo chi sono i personaggi con cui Netanyahu ha trovato un’intesa.

Il presidente di Otzma Yehudit, Michael Ben-Ari, considera Kahane il suo maestro. Ben Ari — tra l’altro ex membro della Knesset — si vide negare il visto negli USA per via della sua appartenenza al Kach. Baruch Marzel, residente di Hebron, ogni anno dà una festa per ricordare Baruch Goldstein, l’autore della strage alla Tomba dei Patriarchi del 1994 in cui 29 palestinesi furono uccisi durante la preghiera. Marzel è stato presidente del Kach dopo l’assassinio di Kahane. Del patto con Netanyahu fanno parte anche il rabbino Bentzion Gopstein, capo di un gruppo che si oppone ai matrimoni misti tra ebrei e non ebrei, e Itamar Ben Gvir, avvocato condannato per terrorismo e incitazione all’odio razziale che difende gli estremisti delle colonie coinvolti in azioni di terrorismo contro i palestinesi.

Netanyahu ha offerto a queste persone e ai loro seguaci la possibilità di tornare in gioco ai massimi livelli, con ruoli di governo. Sono stati sottoscritti accordi per due posti ministeriali e due posti nel consiglio di sicurezza. Addirittura — cosa mai vista prima — ha promesso un posto nelle liste del Likud per uno dei membri della lista unita, a garanzia dell’elezione.

Netanyahu ha unito questi estremisti al partito (già estremo di suo) HaBayit HaYehudi per essere sicuro che tutti quanti superino la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, in un sistema che a parte questo è tra i più proporzionali in assoluto (un solo collegio nazionale, niente premi di maggioranza). Per formare un governo Bibi ha bisogno di almeno 61 parlamentari sui 120 della Knesset. Le cose però non saranno così semplici, il cinismo di Netanyahu ha creato fastidio nel Likud e nello stesso HaBayit HaYehudi, oltre alla disapprovazione delle grandi associazioni ebraiche di oltreoceano, comprese le potenti AIPAC e ADL (per non parlare dell’ira e dello sdegno dei gruppi progressisti).

Ma i problemi per Bibi non finiscono qui.

Durante i giorni in cui Netanyahu si dedicava a realizzare quello che probabilmente sarà il patto politico più controverso della storia di Israele, i suoi avversari non sono rimasti a guardare: giovedì scorso è stata annunciata la formazione di una nuova alleanza centrista, che unirà Hosen L’Yisrael (resilienza) di Benny Gantz, Yesh Atid (c’è un futuro) di Yair Lapid e Telem (rinascita nazionale) di Moshe Yaalon.

Benny Gantz è l’ex capo di stato maggiore delle forze armate (IDF), Yair Lapid è stato giornalista, ministro delle finanze (2013–2014) e parlamentare. Anche Moshe Yaalon è stato capo di stato maggiore dell’IDF, nonché ministro della Difesa nel governo Netanyahu dal 2013 fino alle sue dimissioni nel 2016. Insieme a loro anche Gabi Ashkenazi, un altro ex capo di stato maggiore — e siamo a tre — e Avi Nissenkorn, leader dello storico sindacato Histadrut. Sono tutte persone con grande credibilità di fronte all’opinione pubblica, soprattutto i tre generali, garanzia essenziale della capacità di gestire le guerre e conflitti che fanno parte della vita di ogni famiglia israeliana.

La lista unita non ha una visione politica ben definita, conoscendo i personaggi sono molte le divergenze da mediare. Tuttavia, sono tutti d’accordo che è giunta l’ora di porre fine al dominio di Netanyahu. L’alleanza serve ad annullare la competizione tra Gantz e Lapid per impedire la dispersione dei voti. Inoltre, insieme Gantz e Lapid possono uscire dalle elezioni come primo partito e ricevere l’incarico di cercare una maggioranza parlamentare. Secondo i sondaggi e le possibili alleanze, per battere Netanyahu bisogna conquistare 2–3 seggi in più, che in un paese con circa 6 milioni di elettori significa lo spostamento di circa 70.000–100.000 voti.

Con una mappa è tutto più chiaro https://www.open.online/author/federico-bosco/

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