L’Iran sta riducendo la sua presenza in Siria?

La repubblica islamica dell’Iran è la potenza regionale del Medio Oriente impegnata da anni nell’impresa di costruire la cosidetta Mezzaluna Sciita, il progetto persiano di egemonia nella regione destinato a scontrarsi con altri interessi nazionali e progetti egemonici. In un contesto dove la maggioranza della popolazione è araba e sunnita, non c’era bisogno di essere grandi analisti per avere più di qualche dubbio sull’effettiva possibilità di realizzare una supremazia sciita sulla regione.

A essere vicino al fallimento è il progetto del corridoio logistico che dovrebbe collegare Teheran al Mar Mediterraneo connettendo la capitale iraniana con Baghdad, Ramadi, Palmira, Deir ez-Zor, Damasco, Latakia e Beirut. Una fascia di controllo sciita in territorio sunnita che modificherebbe gli assetti del Medio Oriente, con l’Iran in grado di accedere sia al Golfo Persico che al Mar Mediterraneo e potenzialmente di separare la penisola arabica dalla Turchia, e di schierarsi contro Israele su tutto il fronte settentrionale dello Stato ebraico. Proprio secondo fonti israeliane però, l’Iran sta riducendo la sua presenza in Siria.

La mappa non è aggiornata al 2020 ma rappresenta con precisione il corridoio pensato dagli strateghi iraniani

Lo schieramento dell’Iran nel teatro siriano è sempre stato gravoso sia dal punto di vista economico che dei caduti sul campo, ma con l’aggravarsi della crisi economica causata dalle sanzioni, l’eliminazione del generale Soleimani, l’impatto del coronavirus in Iran e il crollo del prezzo del petrolio, si sta rivelando insostenibile. Anche la fedele milizia libanese di Hezbollah ha dovuto rivedere le priorità e occuparsi della sua popolazione, oggi alle prese con la crisi di un Libano ormai vicino al collasso economico e sanitario.

Il generale Soleimani — con il suo carisma e la sua astuzia militare — era necessario per tenere unito un fronte composto da una costellazione di milizie che aveva bisogna di “toccare con mano” la presenza del comandante sul campo. Se è vero che nessuno è insostituibile, è altrettanto vero che non tutti sono uguali. Ora i compiti di Soleimani sono stati ripartiti tra diverse figure ma non è la stessa cosa, davanti all’aggravarsi delle difficoltà vecchie e nuove il fronte fatica a restare unito.

Israele sta sfruttando il momento intensificando i raid aerei contro basi, convogli, bunker e soldati iraniani. Non appena l’intelligence individua avamposti importanti e materiale bellico di qualità superiore in giro per la Siria, l’aviazione passa all’azione e neutralizza l’obiettivo con operazioni sempre più frequenti che colpiscono sempre più in profondità. Il cielo della Siria sembra essere nella completa disponibilità israeliana, il ministro della Difesa Naftali Bennet ha giurato che le operazioni non si fermeranno finché l’Iran non sarà cacciato fuori dalla Siria.

La Russia condanna, ma lascia fare: l’importante è che Israele non colpisca cittadini russi e civili siriani. Mosca vuole proteggere la sua Siria e il governo di Bashar al-Assad, ma non ha nessuna intenzione di schierarsi dalla parte dell’Iran e di Hezbollah contro Israele. Tuttavia, anche per gli israeliani non sono tutte rose e fiori, è sicuramente troppo presto per immaginare che questa proxy war sia vicina alla conclusione. Gli ayatollah hanno investito talmente tanto capitale umano, economico e politico nell’intervento militare in Siria che è difficile immaginare che siano disposti ad abbandonarla senza reagire.

Con una mappa è tutto più chiaro https://www.open.online/author/federico-bosco/

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